5 cose che un musicista deve sapere prima di entrare in uno studio di registrazione

Per un musicista, entrare in uno studio di registrazione pieno di tutte quelle strane apparecchiature super costose è un un sogno che diventa realtà.

È il tuo momento, sei “dietro il vetro” e puoi finalmente sentirti come la rock-star che hai sempre voluto essere. Perché è così che sono stati fatti molti dei dischi che tieni negli scatoloni nel tuo seminterrato.

Parliamoci chiaro, nessuno di quei celebri nomi era pienamente pronto quando ha messo piede per la prima volta nella regia: l’odore, le lucine lampeggianti, le migliaia (forse milioni) di tastini mi-steriosi e quello strano tizio barbuto che ti sta dicendo come colpire il rullante nel modo che lui ri-tiene “giusto”.

Quindi non preoccuparti, se loro ce l’hanno fatta forse non è così arduo come sembra. Ecco qual-che consiglio utile che ogni musicista dovrebbe prendere in considerazione prima di registrare le proprie canzoni.

1) La chiave è pianificare

Quanto è appagante la sensazione che si prova quando tutto va come avevi programmato? Bene, sappi che nove volte su dieci questo non accade dopo che il tuo piede ha superato la soglia dello studio. Pianificare potrebbe anche essere la parte più noiosa della giornata di un musicista, ma fa sempre parte del lavoro. In pratica consiste nel prepararsi a qualsiasi cosa la vita potrebbe sca-gliarti addosso.

Non importa se sei un headliner di Coachella o se sei appena uscito dalla sala prove nel garage sotto casa: decidere di investire tempo (e denaro) nella registrazione della tua musica vuol dire prendersi un impegno che richiede focus e preparazione. Innanzitutto fai in modo che la tua stru-mentazione sia adeguatamente pronta: cambia le vecchie corde di chitarra, rimpiazza le pelli con-sumate della batteria e portati sempre dietro abbastanza plettri e bacchette. Sembra banale, ma all’interno dell’ambiente di uno studio è facile irritarsi per delle piccole cose e queste sono alcune delle prime cause che puoi facilmente evitare.

Una pianificazione ulteriore, specialmente nelle produzioni più piccole, prevede la registrazione delle cosiddette “tracce guida”. Consiste nel trovarsi con largo anticipo rispetto alla sessione con una scheda audio e registrare a click una versione molto basilare della canzone, anche solo una linea di chitarra e la voce.
Il membro del gruppo che sarà scelto per andare per primo “dietro il vetro” si sentirà meno solo e avrà qualcosa su cui suonare sopra (batterista, temo che il primo sia quasi sempre tu!).

L’ultima parte della pianificazione, ma non per importanza, consiste nel confrontarsi con l’infame “traccia click” [colonna sonora drammatica]. I musicisti o lo amano o lo odiano: anche se nessuno ha mai apertamente ammesso di amarlo, rimane comunque una parte essenziale del lavoro in stu-dio. Quindi ti conviene esercitarti in autonomia, farci l’abitudine e trovare un modo per vederlo co-me un “amico” che è lì per aiutarti a costruire delle solide fondamenta ritmiche al tuo pezzo.

2) Proprio così, ogni tastino che vedi serve a qualcosa

La prima persona che ti darà il benvenuto in questo luogo magico sarà proprio lo strano tizio bar-buto di cui abbiamo parlato prima. Probabilmente parlerà in uno strano linguaggio tecnico usando parole come “microfono a nastro”, “fase”, “compressione”, “overdub” e cose del genere. Evita di addentrarti in profonde conversazioni filosofiche riguardo le scatole luccicanti che ti circondano a meno che non abbia anche tu un minimo background da “nerd” del mondo audio.

Fagli semplicemente capire che tutta la tua strumentazione è pronta e settata per registrare (vedi punto 1), che sai quello che stai facendo e non fare troppe domande ogni volta che lui schiaccia un pulsante. Quanto ti darebbe fastidio se ogni volta che suoni un accordo qualcuno ti chiedesse per-ché l’hai fatto? Fare il fonico è una professione creativa, proprio come suonare: molte scelte sono tecniche ma pur sempre artistiche, quindi dai spazio a questa persona di provare diverse cose, magari leggermente cambiare i toni della tua chitarra o muovere un microfono un centimetro più lontano dal tuo amplificatore.

Qualche volta penserai che è solo uno strano tizio barbuto, ma se gli lasci il giusto “spazio creati-vo” può davvero sorprenderti. Siediti e focalizzati sul suonare il tuo strumento, al resto ci pensa lui. E se continua a chiederti di fare “un’altra take”, forse dovresti chiederti chi sta facendo qualcosa di sbagliato.

È sempre utile portare con sé dei brani di riferimento o delle demo che hanno qualcosa in comune con la musica che fai. Hai ragione: il suono che stai cercando è unico e non è mai stato sentito prima d’ora nella storia della musica registrata, quindi l’unico riferimento è la tua incredibile e scon-finata ispirazione musicale. Questo è ovvio, ma non dimenticare che dietro certi risultati ci sono sempre delle scelte tecniche, perfino le più casuali: anche il più piccolo riferimento può aiutare il fonico a capire cosa hai in testa.

3) Le sessioni in studio non sono una festa (o forse sì?)

Nella sala prove nel garage sotto casa puoi fare quello che vuoi, star lì tutto il tempo che desideri, invitare tutti gli amici che vuoi e fare tutte le pause sigaretta che preferisci. Ma ricorda che adesso sei in ambiente di registrazione professionale e stai comprando il tempo di qualcun altro per sfrut-tarlo al massimo.

Lo so, è difficile immaginarsi qualcuno come Keith Richards senza una bottiglia di whiskey accanto mentre suona la chitarra in tutta tranquillità in un angolino dello studio. Molti dei più grandi musicisti sono artisti estravaganti che non sempre rientrano nella ”etiquette” dello studio. Basta solo trovare il giusto compromesso: essendo un momento creativo, è importante che tu sia perfettamente e tuo agio con l’ambiente circostante e con ciò che ti sta avvenendo intorno. Se questo significa invitare un paio di amici e stappare un paio di birre non c’è nessun problema! (sono sicuro che lo strano tizio barbuto non si lamenterà). Ma non perdere il tuo focus: fare la tua miglior performance.

Le sessioni in studio possono diventare molto lunghe e ci sono dei momenti in cui sentirai il biso-gno di uscire a prendere una boccata d’aria. Non tutti i riff di chitarra sono buoni al primo tentativo e devi essere pronto a rifare certe cose più e più volte. Non preoccuparti, avrai il tempo di prenderti delle lunghe pause caffè mentre il fonico starà facendo “cose da fonico” che non richiedono la tua presenza. Un ambiente rilassato con una mentalità positiva può farti suonare delle cose che non sapevi di essere in grado di fare (vedi punto 5) e dare un vero “boost” alla tua creatività.

4) Il budget è importante ma non è la chiave

I soldi sono sempre un argomento delicato, specialmente quando si parla di musica. Ecco perché ogni musicista dovrebbe tenere a mente che SÌ, il mondo della produzione audio è un business ma che NO, quello strano tizio barbuto non è come un normale impiegato d’ufficio. Non capirà imme-diatamente tutti i tuoi bisogni da artista, proprio come tu non capirai immediatamente tutti i suoi bi-sogni da tecnico.

Se riesci a pianificare in anticipo il lavoro da fare con qualcuno che capisce davvero cosa stai cer-cando, ti accorgerai che la tua paghetta è stata ben investita. Non ha senso assumere il miglior produttore hip-hop del mondo se suoni in una jazz band. Forse la persona di cui hai davvero biso-gno vive a pochi isolati da te senza che tu lo sappia. Ma come fai a sapere se il tuo potenziale vale il budget che sei pronto a spendere?

Questo è quello che ci siamo chiesti anche noi ed ecco perché è nato Bantamu. Si tratta di una piattaforma online di matchmaking che connette gli artisti con una rete di professionisti verificati del mondo audio. Attraverso una vasta rete di produttori, fonici di registrazione, fonici di mix e fonici di mastering è possibile trovare il professionista giusto da abbinare al progetto di un artista, confron-tando i generi musicali affini, gli artisti di riferimento, il budget e la collocazione geografica.

L’artista che decide di creare un progetto su Bantamu può liberamente (e gratuitamente) dialogare con i professionisti direttamente sulla piattaforma per raggiungere l’accordo finale con il professio-nista che preferisce. Si tratta di un servizio totalmente gratuito per l’artista dato che la commissione viene trattenuta sulla tariffa “ad hoc” che viene stabilita dal professionista stesso per ogni progetto.

Incidere su nastro (o su Pro Tools) il suono che hai in mente rimane pur sempre il punto focale di ogni progetto ed è fondamentale scegliere con cura la persona che sarà incaricata di farlo. Non importa chi sei e cosa fai, troveremo il tizio barbuto che ti si addice di più.

5) Ah già, devi anche saper suonare uno strumento.

Non dimenticarti la parte più importante di tutte: la tua performance. L’attitudine sesso-droga-e-rocknroll serve a poco se non sei bravo a suonare il tuo strumento. Non fraintendermi, i virtuosismi e le estreme doti tecniche non portano automaticamente a delle buone performance. Si tratta più di avere le idee chiare su cosa dev’essere suonato in certi punti della canzone. Tutti quei macchinari luccicanti possono far suonare il tuo rullante proprio come quell’album che ascolti da sempre; ma capirai che questo serve a poco se poi il batterista non riesce a suonare a tempo con il resto.

Fidati, un fonico sa riconoscere se un gruppo conosce bene il pezzo o se uno dei musicisti lo sta suonando per la prima volta. Le registrazioni moderne sono strutturate su “overdub”, quindi ogni strumento va registrato singolarmente. Ad un primo impatto questo potrebbe sembrare più impe-gnativo, ma a dir la verità può risultare più facile che fare una presa diretta di tutta la band dal vivo.

È facile suonare con altri quando sei nella tua piccola sala prove nel solito garage sotto casa, con la batteria che copre praticamente tutto e degli ampli giganti suonati a volumi illegali. Ma adesso sei in una stanza trattata acusticamente e il tuo strumento può essere ascoltato forte e chiaro nel modo giusto. È solo una questione di prendere confidenza con il tuo sound, e il modo migliore per farlo è arrivare nello studio con un’adeguata preparazione. Suona, suona, suona! Dimentica tutti i piccoli dettagli legati alla produzione sonora, a quelli ci penserà qualcun altro. Assicurati di cono-scere bene il pezzo e suonalo come se fossi davanti alla più grande audience di sempre.

Al termine del processo di produzione musicale, è importante che il materiale finito venga fatto co-noscere al mondo. Per evitare che questo fase di promozione distragga l’artista dal processo di creazione, esiste uno strumento chiamato TuneCore.

TuneCore è una piattaforma online di distribuzione musicale digitale che opera in tutto il mondo.
Si occupa di distribuire la tua musica su diverse piattaforme come iTunes, Spotify, Amazon Music, Google Play, Deezer e molte altre per un totale di oltre 150 partner digitali.

L’artista che si iscrive a TuneCore può scegliere il piano tariffario che preferisce in base al materia-le che vuole distribuire (un singolo o un album) e mantiene sempre il pieno controllo del proprio progetto, stabilendo quando pubblicare nuovi brani, cosa far ascoltare ai propri fan e come pro-muovere la propria musica nel miglior modo possibile. Tutti i diritti e i proventi dalla distribuzione vanno esclusivamente all’artista.

TuneCore Esordisce In Italia

Gli artisti indipendenti italiani ora hanno accesso alle migliori opportunità di pubblicazione musicale e distribuzione digitale in tutto il mondo.

13 dicembre 2016 – TuneCore, fornitore internazionale di servizi di Publishing Administration e distribuzione di musica digitale, continua oggi la sua espansione internazionale con l’annuncio di TuneCore Italia: il quarto sbarco in Unione Europea dell’azienda di Brooklyn, sesto nella sua espansione internazionale.

In qualità di unico importante servizio di distribuzione globale con un’offerta specifica per l’Italia, TuneCore.it consente agli artisti italiani di raccogliere proventi dai servizi di streaming, dai negozi con download digitali, dalle royalties sui diritti d’autore e dalle opportunità di licenza di sincronizzazione, il tutto in valuta locale. Inoltre, Tunecore.it offre contenuti in italiano, supportando così la comunità di artisti indipendenti del paese.

In modo analogo a TuneCore Germania e TuneCore Francia, gli artisti di TuneCore Italia possono decidere di includere la propria musica in negozi controllati dalla vasta rete di partner digitali TuneCore che comprende iTunes, Spotify, Apple Music, Google Play, Amazon Music. Con oltre 150 partner al mondo, TuneCore fornisce agli artisti indipendenti l’opportunità di vendere e condividere la musica in mercati importanti e crescenti in tutto il mondo come Australia, India, America Latina, Africa e Russia, nonché negli Stati Uniti e in Europa. Dalla nascita dell’azienda nel 2006, gli artisti TuneCore di tutto il mondo hanno guadagnato in totale oltre 702 milioni di euro.

Oltre all’accesso alla vasta gamme di servizi offerti agli artisti da TuneCore e al suo eccellente servizio customer care, i clienti di TuneCore Italia potranno avvalersi anche di partnership e servizi per artisti locali, come Music Raiser, MusicOFF, tra cui la partnership strategica della società con Believe Digital. Con un ufficio che conta oltre 30 dipendenti, Believe Digital offrirà ai clienti di TuneCore Italia accesso a una varietà di servizi avanzati per gli artisti, come la gestione internazionale delle campagne, compravendita e marketing digitale online, gestione e distribuzione video, distribuzione fisica e molto altro.

I nuovi iscritti a TuneCore Italia pagheranno 9,99€ per caricare un singolo file da distribuire. Gli artisti che distribuiscono un album pagheranno 29,99€ il primo anno e 49,99€ in quelli successivi. Gli artisti possono pagare anche un costo di iscrizione una tantum di 9€ per il servizio di raccolta dei proventi YouTube Sound Recording Revenue (YTSR) e 69,99€ per accedere a TuneCore Publishing Administration, servizio che offre registrazione mondiale e raccolta di royalties nonché opportunità di utilizzo in film, pubblicità, videogiochi e altro. Gli artisti di TuneCore ricevono sempre il 100% dei propri proventi mantenendo totale controllo creativo e proprietà della musica: in questo modo, gli artisti di TuneCore Italia hanno l’opportunità di prendere il controllo della propria carriera.

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Informazioni su TuneCore

TuneCore porta più musica a più persone, aiutando musicisti e autori ad aumentare le opportunità di profitto e mantenere il controllo delle proprie carriere. La società dispone di uno dei cataloghi musicali che generano i maggiori proventi artistici del mondo, con 702 milioni di euro di guadagni derivanti da più di 43,8 miliardi di download e streaming dal momento della fondazione. I servizi di TuneCore Music Distribution aiutano artisti, etichette e manager a vendere la propria musica tramite iTunes, Apple Music, Spotify, Amazon Music, Google Play e altri siti di download e streaming principali, mantenendo il 100% dei proventi dalle vendite e diritti con un basso costo fisso annuale.

TuneCore Music Publishing Administration assiste gli autori nell’amministrazione delle composizioni tramite licenze, registrazione, raccolta di royalties in tutto il mondo e opportunità di inserimento in film, programmi TV, pubblicità, video game e altro. Il portale dei Servizi aggiuntivi di TuneCore offre una serie di strumenti e servizi che aiutano gli artisti a promuovere le proprie opere, raggiungere i fan e far ascoltare la loro musica. Come parte di Believe Digital Services, TuneCore opera come società indipendente con sede a Brooklyn (New York) e uffici a Burbank (California), Nashville (Tennessee) e Austin (Texas), nonché filiali internazionali in Regno Unito, Australia, Giappone, Canada, Germania e Francia. Per ulteriori informazioni su TuneCore, visita http://www.tunecore.ithttps://youtu.be/TSjGACrJyiY.

10 motivi per cui qualsiasi artista dovrebbe essere su Spotify

[Nota dell’editore: articolo di Kami Knake, fondatrice del podcast musicale, blog ed etichetta di registrazione Bands Under the Radar. Kami ha oltre 15 anni di esperienza, e al momento offre servizi di consulenza a start-up di musica digitale e artisti indipendenti.]

Ultimamente si parla molto di come i servizi di musica in streaming su abbonamento cambieranno il settore della musica. Sembra che ogni settimana o due qualche artista voglia rivelare quanto odia Spotify, il maggior servizio di musica su abbonamento al mondo, lamentandosi delle royalties molto basse che finiscono all’artista. In tutta onestà, è un punto di vista molto limitato. In questo articolo tenterò di fare luce su un tema molto controverso come questo.

10 motivi per cui qualsiasi artista dovrebbe essere su Spotify

1. I servizi su abbonamento promuovono il catalogo musicale di un artista e generano proventi anche di tipo diverso

Secondo MarketWatch, quello della musica in streaming è un mercato da miliardi di dollari. Ci si aspetta che l’arrivo di Apple, Google e Amazon sul mercato porti a un notevole aumento dei proventi delle etichette, creando nuove opportunità per l’intero settore. Per lo streaming musicale, il 2014 è stato un anno ricco di novità: a giugno Amazon ha lanciato Prime Music, a luglio Songza è stata acquisita da Google, e ad agosto Apple ha comprato Beats di Dr. Dre per l’incredibile somma di 3 miliardi di dollari.

Se non bastasse a convincerti che lo streaming è una delle principali priorità, tutte le tre principali etichette hanno reparti specifici per la creazione e la promozione di playlist musicali su Spotify: UMG ha Digster, Sony Filtr, WMG PlaylistMe, e WEA, la divisione di distribuzione e servizi agli artisti di WMG, ha acquisito Playlists.net la scorsa settimana.

La strategia è chiara: promuovere la propria musica tramite le playlist per arrivare a incrementare il numero di riproduzioni in streaming del proprio catalogo Spotify. Attirando fan tramite playlist basate su temi e generi, possono infatti utilizzarle introducendo al loro interno le nuove tracce appena rilasciate. Questo tipo di marketing è una sorta di nuova pubblicità via radio, in cui a dettare legge in fatto di gusti sono i curatori della playlist e chiunque può diventare un curatore. Etichette, distributori, artisti, celebrità, marchi, programmi TV, appassionati di musica e molti altri soggetti possono curare delle playlist Spotify per attirare dei fan.

È ragionevole pensare che un utente che scopre la tua musica per la prima volta tramite una playlist, potendo continuare ad ascoltarla senza dover pagare, possa continuare ad ascoltare tutte le altre canzoni nel tuo catalogo. In questo modo puoi conquistare nuovi fan, che non saranno costretti a scegliere con attenzione quale singolo acquistare. Se avessero dovuto acquistare la tua musica prima di poterla anche solo ascoltare, molti non ti avrebbero mai scoperto. Ron Pope, artista indipendente statunitense, ha aggiunto il suo catalogo su Spotify nel 2010. In poco più di due anni ha generato oltre 57 milioni di riproduzioni, che lo hanno portato a guadagnare 334.636 $ (dato aggiornato a febbraio 2014). La maggior parte dei mesi, Pope riceveva milioni di riproduzioni in streaming dalla Svezia, ed è stato così che gli è stato possibile partecipare a un festival nel Paese scandinavo. Nei Paesi in cui Spotify è molto popolare, come la Svezia e la Norvegia, quasi nessuno acquista musica: la maggior parte dei proventi deriva dunque dallo streaming. È per questo motivo che su Spotify, in quei Paesi gli artisti possono guadagnare 5 o 10 volte di più che negli Stati Uniti.

Diamo un’occhiata ai numeri. Spotify ha più di 40 milioni di utenti in tutto il mondo, di cui 10 milioni pagano costi di iscrizione mensili. Solo negli Stati Uniti ci sono 3 milioni di utenti Spotify paganti. Spotify è stato lanciato in Svezia e Norvegia nell’ottobre del 2008, ma ha raggiunto gli Stati Uniti solamente nel luglio del 2011. La Svezia conta circa 10 milioni di abitanti, la Norvegia 5,1. Ma negli Stati Uniti vivono 319 milioni di persone! Immagina quanto denaro potranno generare Spotify e gli altri servizi di streaming per artisti ed etichette quando lo streaming diventerà la norma negli Stati Uniti e nei Paesi più popolati al mondo. Parliamo di MILIARDI di dollari! E Spotify è ancora un servizio dal numero di utenti relativamente limitato rispetto a YouTube (1 miliardo di utenti) e iTunes (800 milioni di account). I proventi per gli artisti continueranno ad aumentare di pari passo alla crescita di Spotify e degli altri servizi di streaming.

E per evitare di lasciare un elefante nella stanza… sappiamo bene che l’acquisto di MP3 porta fin da subito grandi guadagni per l’autore della musica, ma pensa allo streaming come a un dividendo, che continua a generare denaro ogni qual volta qualcuno ascolta una tua canzone. Man mano che più utenti si abbonano e diventano clienti paganti, ti sorprenderai di quanto rapidamente puoi arrivare a una somma significativa. Ogni giorno che passa ci avviciniamo sempre più al momento in cui i proventi derivati dallo streaming supereranno gli incassi generati dalle vendite dei CD fisici e dai download digitali. E quando arriverà non ci sarà limite ai guadagni!

2. Le playlist possono trasformare una canzone in una hit

‘Waves’, canzone del rapper olandese Mr Probz, è stata lanciata alla fine dello scorso anno. Scaricata oltre 2,4 milioni di volte in tutto il mondo, per tutta l’estate ha ricevuto più di un milione di riproduzioni in streaming al giorno su Spotify. ‘Waves’ ha ricevuto un notevole supporto dai DJ in tutta Europa, ma come ha fatto a diventare una hit in America, sbarcando sull’altra sponda dell’Atlantico e finendo nella Top 40 di Spotify negli Stati Uniti già a inizio aprile? Osservando con attenzione i dati, possiamo notare che nel periodo in cui ‘Waves’ ha iniziato a prendere slancio, a trainarla e aiutarla a raggiungere il successo non sono state le ricerche (come avvenuto in Europa, dove il meccanismo è stato dunque proattivo), ma l’inserimento nelle playlist (meccanismo reattivo). In altre parole, il meccanismo reattivo delle playlist Spotify ha permesso a una hit europea di viaggiare oltre confine e raggiungere gli USA senza che l’artista avesse alcun supporto convenzionale sul territorio. Se mettiamo le riproduzioni in streaming su Spotify, le tag su Shazam e le messe in onda alla radio sullo stesso grafico, sorprende che l’ultimo canale sembri arrivare con ben tre mesi di ritardo e che i numeri delle riproduzioni radiofoniche siano a malapena percettibili.

3. I servizi su abbonamento supportano i nuovi artisti

Il passaggio dal modello convenzionale a quello in streaming nel mondo della musica ha un vantaggio nascosto ma potenzialmente significativo per tutti: i dati. Spotify, disponibile in più di 60 Paesi, raccoglie dati di ascolto su milioni di utenti. Il connubio tra dati e musica avrà un impatto notevole sull’intero settore: è un processo di cui iniziamo già ad avvertire delle avvisaglie. Prendiamo l’esempio del successo di Lorde: la pop star è stata spinta principalmente da Spotify, i cui analisti ne hanno notato la popolarità ben prima che si trasformasse in una star internazionale. L’azienda ha un team interno dedicato a individuare tendenze di questo tipo e supportare gli artisti che le generano, e lavora con le stazioni radio tradizionali per individuare improvvisi aumenti di popolarità di artisti regionali precedentemente invisibili ai DJ.

4. I servizi su abbonamento contrastano la pirateria

Gli studi hanno dimostrato che in seguito all’introduzione di alternative legali come Spotify, in Norvegia (il Paese dal reddito pro capite più alto al mondo) il tasso di pirateria è diminuito di oltre l’80%. A un anno dal lancio di Spotify, anche in Australia la pirateria è diminuita del 20%. E in Svezia è scesa del 25% tra il 2009 e il 2011. In Nord America il file sharing ora è inferiore al 10% del traffico complessivo giornaliero.

5. I servizi su abbonamento portano il cliente medio a spendere di più

I download digitali non sono riusciti a sopperire al calo delle vendite fisiche negli ultimi 15 anni. Il modello di Spotify punta a ricreare il denaro perso spingendo ogni singolo ascoltatore a spendere di più. Secondo Russ Crupnick di NPD Group, un noto servizio di consulenza, solamente il 45% della popolazione della rete negli Stati Uniti (190 milioni di internauti) fa un qualche tipo di acquisto musicale. In questa categoria, la spesa media annuale è pari a 55,45 $. Un cliente Spotify Premium spende 120 $ l’anno (10 $ al mese per 12 mesi). In altre parole, ogni anno un cliente Spotify Premium porta al settore della musica il doppio dei proventi del cliente medio del settore negli Stati Uniti. L’obiettivo di Spotify è convincere milioni di persone in tutto il mondo a diventare abbonati Premium, portando così il settore musicale a una nuova crescita.

6. Lo streaming musicale conta per le classifiche

Lo streaming audio on-demand viene considerato nelle classifiche Billboard americane dal 2012. Nel 2013 Billboard ha aggiunto anche i video su YouTube, pesati secondo una formula complessa, alla celebre classifica dei singoli “Hot 100”. La classifica così tiene conto anche delle riproduzioni in streaming audio o video on-demand, dei download digitali, delle vendite fisiche e delle messe in onda sulle radio online e fisiche. I fan non avevano mai avuto un impatto sulle classifiche forte come quello attuale.

Quest’anno il Regno Unito ha aggiunto le riproduzioni in streaming on-demand al calcolo della classifica Top 40 (singoli). Nel processo di compilazione della classifica, 100 riproduzioni in streaming valgono quando un download o la vendita fisica di un singolo. Per essere considerata valida, una riproduzione in streaming deve essere valida per almeno 30 secondi. Tra i servizi su abbonamento che contribuiscono alla classifica troviamo Spotify, Deezer, Napser, O2 Tracks, Xbox Music, Sony Music Unlimited e rara (un servizio Omnifone). Le visualizzazioni su YouTube e Vevo non contribuiscono invece alla classifica.

7. Lato social e concerti consigliati = promozione gratuita

Gli utenti Spotify possono condividere i brani che ascoltano in modo semplice sulla propria bacheca attività tramite l’app per desktop, con un’integrazione con Facebook che li condivide con tutti gli amici di Facebook o semplicemente inviando messaggi agli altri utenti. Ascoltare musica su Spotify è un’attività social e il semplice fatto di ascoltare la tua musica trasforma i tuoi fan in promotori. Spotify raccomanda inoltre i concerti che si tengono nei paraggi ai fan che ascoltano spesso la tua musica o ti seguono e li mostra agli utenti che visitano la tua discografia sul portale.

8. Con le notifiche e gli avvisi, tenersi in contatto è più semplice

Ogni volta che pubblichi nuove tracce, Spotify genera automaticamente notifiche dirette a chi ti segue, così non si perde mai i tuoi ultimi lavori. Tra le notifiche troviamo email, notifiche push e raccomandazioni nella bacheca attività.

9. I servizi su abbonamento pagano royalties più alte rispetto a video online e radio online o fisiche

Per ogni dollaro che incassa, Spotify paga 70 centesimi ai detentori dei diritti, una percentuale in linea con quanto offerto dagli altri rivenditori digitali. Con l’espressione “detentore dei diritti”, Spotify si riferisce ai detentori della musica presente su Spotify: etichette, publisher, distributori e anche, tramite alcuni distributori digitali, gli stessi artisti indipendenti. Le royalties pagate da Spotify ai detentori dei diritti sono molto più alte di quelle di diversi servizi alternativi, ad esempio il tuo canale video preferito o le stazioni radio online e fisiche. Spotify paga agli artisti più del doppio rispetto a quanto proposto da diversi partner video moto celebri, e molto più di qualsiasi stazione radio online e fisiche.

10. Lo streaming ha già vinto

Quest’anno per la prima volta abbiamo visto un calo delle vendite digitali. Le vendite settimanali di album stabiliscono un nuovo record negativo ogni settimana. Il pubblico ha fatto la sua scelta: preferisce l’accesso al possesso. E chi resiste al cambiamento può comunque acquistare la propria musica preferita in formato fisico o scaricandola. Mentre i download e le vendite dei CD continuano a diminuire, assistiamo invece alla rinascita del vinile. Ma ignorare lo streaming vuol dire vivere nel passato. Le nuove auto e i computer più recenti non hanno neanche un lettore CD! Per citare Bob Lefsetz, “Lo streaming ha vinto. Diamine, ha vinto prima nei film e in TV. Non torneremo mai a possedere musica. Non torneremo mai a guardare le vetrine. È ora di abbandonare questo mondo rudimentale. A me non interessa: io sono tra coloro che hanno vinto. Conosco il progresso. So che direzione ho preso. Non sono uno struzzo con la testa affondata nel terreno!”


Kami Knake è la fondatrice del podcast musicale, blog ed etichetta di registrazione Bands Under the Radar (BUTR). Dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria elettrica e informatica presso la University of Iowa, ha lavorato per la Agency for the Performing Arts e la Warner Bros. Records. Kami ha oltre 15 anni di esperienza, e al momento offre servizi di consulenza a start-up di musica digitale e artisti indipendenti. Se cerchi qualcuno che possa aiutarti a promuovere la tua musica nel mondo digitale, o vuoi candidare la tua canzone per ricevere esposizione su BUTR, contattala via email all’indirizzo butrmgmt@gmail.com.